giovedì 30 ottobre 2014

15 cose che ogni papà con delle figlie dovrebbe sapere

Riportiamo un articolo di Justin Ricklefs uscito qualche mese fa sull' Huffington Post che mi ah molto colpito visto la situazione analoga in cui mi trovo :-P
Justin è un papà di 5 figli di cui ben 4 femmine! In questo articolo fa un elenco di diversi comportamenti che ogni papà dovrebbe avere con le prorprie figlie... Il punto 4 e il punto 12 sono i più belli ma anche gli altri meritano un'attenta lettura!

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"Sarà tosta per te quando diventeranno adolescenti". "Ciccio, sei circondato dalle donne". "Che cos'hai fatto di male per meritartelo?".
Facendo da papà a quattro figlie (abbiamo anche un figlio maschio), sento roba del genere quasi ogni giorno. E francamente sono io a compatire la gente che la pensa così.
Avere delle figlie è una delle gioie più grandi che io possa immaginare. In casa abbiamo un modo di dire: "Oggi ti voglio più bene di ieri". Crescere delle ragazze è un privilegio, non un peso.
Non è che tutto mi sia chiaro, ma ci sono quindici cose che ho certamente imparato durante questi ultimi undici anni, crescendo le mie ragazze.

1.Vuole essere amata. Più di quanto desideri la roba che le puoi comprare, o le cose che le puoi insegnare, vuole essere amata da te. Nessun altri sulla terra potrà mai assumere il tuo ruolo di papà. Tua figlia ti deluderà, farà dei grandi errori, e forse, per qualche ragione, finirà perfino col voltarti le spalle, ma non lasciare mai che dubiti del tuo amore per lei. Guardala negli occhi e dille che le vuoi bene. Spesso.

2. Influenzerai la sua futura scelta di un partner. Sì, è un pensiero spaventoso, ma il genere di uomo che sei avrà un impatto diretto sulla persona che un giorno deciderà di sposare. Per anni e anni, la nostra terza figlia mi ha pregato di sposarla una volta che fosse diventata adulta. Le ho dovuto spiegare che ero già sposato con la sua fantastica madre. Se fai bene il tuo lavoro, vorrà sposare qualcuno come te, un giorno.

3. Ascolta la sua musica. Quando le mie ragazze sono in auto con me, ci puoi incrociare mentre ci mettiamo a cantare ascoltando su Pandora la musica di Taylor Swift, One Direction, Cody Simpson, Kidz Bop Radio, Katy Perry, insomma avete capito. Non proprio il genere di canali radio che ascolterei per conto mio (con una sola eccezione - adoro Taylor Swift), ma se entusiasma loro, entusiasma anche me.

4. Lei osserva come tratti sua madre. Di tutta questa lista, se devi salvare un solo punto, fai che sia questo. Una delle cose migliori che potete fare per vostra figlia è amare e rispettare sua madre. È facile essere concentrati sui propri figli. Passare da una delle loro attività all'altra. Ma lotta per il tuo matrimonio, e fanne una priorità. Le stagioni della vita in cui perdo di vista il mio rapporto con Brooke (mia moglie) sono le stesse in cui i nostri figli hanno più problemi. Non penso che sia una coincidenza. Ama tua moglie, prenditi il tempo per uscire con lei, portarla in viaggio, e mostrare ai tuoi figli che è prioritaria rispetto a loro.

5. Non scomparire man mano che cresce. La nostra figlia più grande ha quasi undici anni, per cui non stiamo ancora attraversando i temuti anni dell'adolescenza, ma io dico: non mi tirerò indietro. I papà che hanno fatto più strada di me tendono a rimpiangere il fatto di non essere stati maggiormente coinvolti sentimentalmente con le loro figlie adolescenti. Sarà imbarazzante per tutti, ma mi ci tufferò. Mestruazioni, fidanzati, ascelle da radere, Snapchat, qualunque cosa sia. Le mie ragazze non noteranno alcuna differenza nel mio impegno quando avranno quindici anni rispetto a quando ne avevano cinque. Non scomparire quando i loro sentimenti e i loro corpi iniziano a cambiare.

6. Insegnale come fare i push-up. Nessuno mi scambierebbe per Billy Blanks, ma in famiglia la salute e il benessere li prendiamo sul serio. Le mie ragazze non sono delle mammolette. Sanno come fare dei veri push-up. Fanno sport come si deve. Ritengono che "tiri come una ragazza" sia un complimento, non un insulto. Ci si mettono. E più delle loro doti fisiche, le stiamo crescendo mentalmente resistenti. Come la mamma. In un mondo in cui la femminilità si associa fin troppo spesso ad abiti da principessina e fiabe, le mie ragazze sono belle toste.

7. Crea i tuoi ricordi. Un amico una volta mi ha detto che il mio lavoro è quello di Mastro dei Ricordi di casa. È un po' morboso, ma su questa terra mi restano fra i 50 e i 60 anni al massimo. E non è tanto tempo, per cui mi impegnerò a documentare quanti più ricordi possibile in compagnie delle mie ragazze. Celebriamo momenti importanti come il viaggio per i dieci anni, ma prendiamo sul serio anche le piccole cose. Le serate di famiglia al cinema il venerdì sera. Le grandi colazioni del sabato mattina. Le passeggiate dopo la chiesa. Non necessariamente qualcosa di costoso o impegnativo, ma con un senso. Riempi il diario emotivo di tua figlia di suoi ricordi in compagnia del padre.

8. Insegnale che non tutto la riguarda. Qualcosa di stupefacente accade quando finalmente capiamo che l'universo non gira intorno a noi. Non ne stiamo modellando uno perfetto per le nostre ragazze, ma stiamo cercando di mostrare loro che la vita migliore è quella in cui ci doniamo. Per servire gli altri. Per arrivare ultimi. Per non avere sempre ragione.

9. Fatti vedere nei suoi momenti importanti. Come papà di figlie piccole, molti di noi si ritrovano contemporaneamente impegnati nelle proprie rispettive carriere. Ragion per cui non è possibile farlo ogni volta, ma fai almeno lo sforzo di esserci. Anche se non è il tuo momento preferito. Odio quella pubblicità del padre che si guarda la partita sul cellulare durante il saggio di danza della figlia. Amo seguire una partita di football quanto chiunque altro, ma batti le mani per il saggio di tua figlia tanto quanto lo faresti sul divano guardando lo sport.

10. La vicinanza non è presenza. Lo dimentico spesso, ne sono colpevole. Il fatto di esserci non significa che tu sia veramente lì. Soprattutto in un'epoca di costanti flussi d'informazione e intrattenimento. Spegni il tuo cellulare quando torni a casa dal lavoro. O almeno lascialo in un'altra stanza. A tua figlia non potrebbe importare di meno del tuo feed di Twitter, delle tue mail, del fantacalcio, o dei tuoi messaggi di gruppo. Ciò che le importa è trascorrere il tempo con te. Giocare con te. Stare con te.

11. Pettinala e dalle lo smalto. È Brooke a farlo il 99 per cento delle volte, ma alle mie ragazze ricordo sempre che papà è in grado di fare una coda di cavallo che levati. E posso dar loro lo smalto come solo un campione sa fare. Diamine, a volte loro hanno dato lo smalto alle mie. Mostrale che un uomo sa essere gentile.

12. Esci con lei. Vorrei poter dire che lo faccio regolarmente, ma anche solo ogni qualche mese è meglio che mai. Uscire con tua figlia è d'importanza critica per mostrarle come un uomo dovrebbe trattare una donna. Chiamatemi vecchio stile, ma quando esco con le mie ragazze apro loro le porte, pago il conto, le guardo negli occhi e le faccio sentire preziose. Che non vuol dire spendere tanti soldi. Un giro dell'isolato. Una breve pedalata. Una capatina dal gelataio. Niente di necessariamente lussuoso, ma ancora, dev'essere carico di senso.

13. Il suo cuore è più bello del suo aspetto. Sai, papà? Dire a tua figlia che ciò che le farà fare strada nella vita è quel che ha dentro, e ripeterglielo milioni di volte, è il tuo lavoro. In casa parliamo di cuore, ma può essere la sua forza d'animo, la sua autostima, la sua essenza. Crescere delle ragazze in questo mondo incentrato sulla sensualità non è facile, ma non dovranno accontentarsi della convinzione che essere carine significhi infilarsi in una taglia 0, oppure mettere in mostra ogni centimetro della loro pelle quando entrano in una stanza.

14. Non fare una piega. Kenny Chesney aveva ragione (https://www.youtube.com/watch?v=4f0p5KqdU9U). Ti chiama papà. Goditi il ruolo -- passa in fretta.

15. Mi potrai mai perdonare?. Dimentico i punti dall'1 al 14 più di quanto non mi piacerebbe ammettere. Faccio del mio meglio. E anche tu. Ma quando sbaglio, quando ferisco i suoi sentimenti, e quando i miei intenti risultano migliori delle mie azioni, sto imparando a chiederle perdono. Non delle semplici scuse, ma una sincera richiesta di perdono. Un papà modello è colui che scende al suo livello e ammette che non ha sempre tutto sotto controllo. E lei ti perdonerà per questo.
Papà, il vostro ruolo è prezioso. Amate le vostre figlie al meglio.

venerdì 10 ottobre 2014

Caro Sindaco di Roma #iostoconipasseggini


Sabato scorso (4 ottobre 2014) a Roma  insieme a centinaia di persone  ho manifestato contro l'aumento delle tarffe degli asili nido ma soprattuto contro l'eliminazione dell'esenzione del terzo figlio. E si, perchè io che ho la mia quarta figlia all'asilo, grazie a una delibera approvata questa estate dal Consiglio Comunale (a iscrizioni concluse),  mi sono visto una rata che da 0 euro è passata a 140 euro al mese...1400 euro l'anno che in una famiglia monoreddito di 6 persone con mutuo da pagare è veramente una mazzata!

Vedere Piazza del Campidoglio invasa da tutti quei passeggini (ne sono stati contati 1003!) è stata veramente un'immagine d'effetto!
Perchè i passeggini vuoti? Per dare un'idea di ciò incontro a cui stiamo andando...Una città senza bambini e quindi senza futuro. La scelta del sindaco Marino e della maggioranza della giunta comunale va a sottolineare la completa inesistenza di politiche familiari in cui ci troviamo.
Caro sindaco Marino...Ma tu lo conosci l'articolo 31? No Ignazio [Marino n.d.t.] non parlo del gruppo rap...Parlo di quello che dice la nostra Costituzione:

La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.
E quindi? Tu che fai? Togli l'agevolazione per il terzo figlio? L'hai fatta  grossa! E poi scusa...Tu non sei un sindaco di Sinistra? Ma la Sinistra non dovrebbe tutelare le fasce deboli?
Sconcertante caro Sindaco...Sconcertante la faccia tosta che hai avuto durante l'intervista delle Iene del 1° ottobre (vedi qui: http://mdst.it/03v485574/)...Imbattibile l'affermazione: "...non abbiamo aumentato le tariffe ai Rolling Stones perché siamo un'amministrazione seria, che non aumenta in corsa le tariffe! ". Ah si? Ai Rolling Stones no e alle famiglie si?
Diciamoci la verità caro Sindaco...Questa cosa l'hai prorpio toppata!
 

sabato 4 ottobre 2014

Ho visto educare

 
Erano mesi che volevo scrivere questo post e stasera mi sono deciso. E si, perchè quando incontri qualcuno veramente forte non puoi tenertelo per te! 
Lo scorso Natale mio suocero Gioacchino mi regala questo libro: "Di Padre in Figlio - Conversazioni sul rischio di educare" di Franco Nembrini.

Il nome dell'autore mi era già noto poichè avevo letto di lui da qualche parte in merito a degli incontri  fantastici fatti in giro per l'Italia leggendo e spiegando Dante a giovani e adulti.
Inizialmente pensavo fosse un pistolotto su come devi educare un fglio, cosa dirgli, come dirglielo e così via. Ma poi ho cominciato a leggerlo...e mi si è aperta una prospettiva sull'educzione che ha messo in evidenza una verità che sicuramnte avevo dentro ma che Nembrini ha chiarito magnificamente...

"Io stavo correggendo i temi e mi ricordo che, a un certo punto, mi sono accorto che c’era lì mio figlio, avrà avuto 4 o 5 anni. Non lo avevo sentito arrivare: era arrivato e stava lì tranquillo ad osservare suo padre al lavoro. In quello sguardo, quel giorno, mi è sembrato di capire, di colpo, che cosa fosse l’educazione. …era lì e mi guardava…ho letto in quello sguardo una domanda radicale, come se mio figlio mi dicesse: ”Papà, assicurami che vale la pena venire al mondo. Dimmi qual’è la speranza che tu hai, perché ti alzi al mattino e vai a letto la sera. Perchè la fatica del vivere, la morte, il dolore, la fedeltà, il sacrificio? Qual’è la ragione vera? Accompagnami a questo: è l’unica cosa che ti chiedo."

Cavolo che domandona! Un bambino che ti chiede una cosa del genere ti spiazza!
I nostri figli dal primo giorno di vita ci guardano! Sono curiosi, guardano incessantemente le cose che accadono. Inconsapevolmente prima e consapevolmente dopo si guardano intorno e sopratutto guardano noi, continuamente...E in questo modo apprendono!

I nostri figli - dice Nembrini - sono sintonizzati direttamente sul nostro cuore, ascoltano quello che siamo, non quello che diciamo, quindi quella che chiamiamo "Emergenza Educativa" più che loro riguarda prorpio noi (genitori o educatori in genere)!

Nostro figlio ci chiede se vale la pena di vivere, ci chiede se siamo felici che lui c'è, non di com'è. Per trasmettere questo non servono tanto le parole intese soprattutto come prediche raccomandazioni e cose simili che spesso, invece di dare i risultati sperati, rischiano di avere l'effetto opposto.
Ciò che serve veramente nell'educazione è  la testimonianza di un bene grande da far vedere!

Grazie Franco!


Nota Bene x chi è di Roma!
Dopo gli incontri base fatti a settembre da Nembrini dall'11 Ottobre presso il teatro Orione (S. Giovanni) comincia il ciclo dei tre incontri sull'educazione! Di seguito la locandina



mercoledì 7 maggio 2014

Ma il peccato è dimenticare la bellezza


(Pubblichiamo un articolo di Alessandro d'Avenia apparso su  La Stampa del 29/04/2014, a mio modo di vedere il miglior commento possibile alla "vicenda Giulio Cesare")

Denunciateci, cari genitori, ma non per quello che facciamo leggere ai vostri figli, ma per quello che non facciamo leggere loro. 

Noi insegnanti, frequentatori delle belle lettere, a volte rinunciamo alla bellezza. Per questo dovete mandarci in galera. Denunciateci perché non facciamo leggere che una vivisezione dei Promessi sposi(chi non odia quel romanzo dopo la scuola?).

Denunciateci perché non facciamo leggere Dante, perché è difficile, perché tanto non lo capiscono, perché parla troppo di Dio. Denunciateci perché non facciamo leggere i classici per intero ma li facciamo a brani, come in macelleria. Denunciateci perché facciamo credere ai ragazzi che le poesie siano inutili coriandoli, e non parti di raccolte significative nella loro interezza. Denunciateci perché non facciamo leggere la letteratura straniera ma solo quella nostrana, minori compresi, piuttosto che Baudelaire, Dostoevskij, Eliot. Denunciateci perché non crediamo più alla bellezza tutta intera. Per farti amare la Venere di Botticelli te ne faccio vedere solo alcuni centimetri quadrati o ti porto di fronte al quadro? 

martedì 29 aprile 2014

"Voglio la mamma"


Ieri sera ho finito di leggere "Voglio la mamma" di Mario Adinolfi.
E' un libro che  invita tutti a discutere ed approfondire il tema dei diritti non negoziabli . Sono pagine  che non lasciano indifferenti. In alcuni passaggi può far innervosire, ma l'intento, a mio avviso, è chiaramente provocatorio per cui ti costringe a riflettere su argomenti ormai erroneamente banalizzati.

Di seguito riporto i 20 punti del Capitolo 14 (che condivido pienamente) che Adinolfi introduce così:

Giunti verso la fine di questa strada compiuta insieme, credo sia necessario racchiudere quel che si è provato a dire in venti punti che rappresentano principi irrinunciabili che ritengo non solo non debbano essere negoziabili, ma necessitino un'attività di proselitismo per ricondurre il dibattito intellettuale e politico sui temi tabù che abbiamo affrontato dentro i confini di una razionalità condivisa, lontano dall'impazzimento modaiolo che sembra avere la meglio in questa fase.

1. Non esiste l'individuo, esiste la persona, dunque l'individuo in relazione con altri individui. La relazione primigenia, archetipica e intangibile, è quella tra madre e figlio. Negarla è negare la radice dell'essere umano.

2. La libertà individuale è un totem che non necessita di tutele e non genera diritti. Al contrario, la libertà personale, dunque la libertà degli individui in relazione con gli altri, è preziosa e va ampliata senza che nuovi diritti ledano però l'essere umano in radice.

3. La libertà personale da tutelare in via prioritaria è quella dei soggetti più deboli: bambini, malati, anziani.

4. Il primo diritto è il diritto a vivere.

5. Non esiste un diritto all'aborto, esiste un diritto alla nascita. L'aborto è sempre una tragedia e un fallimento, come tale va trattato e con ogni sforzo possibile evitato.

lunedì 7 aprile 2014

Generazione Telemaco

(ribloggato da La Porzione)
l gruppo marmoreo “Enea, Anchise e Ascanio”, conservato nella Galleria Borghese a Roma, fu realizzato da Gian Lorenzo Bernini nel 1619. Il soggetto è tratto dall’Eneide di Virgilio: Enea fugge da Troia in fiamme, portando sulle spalle il vecchio padre Anchise e tenendo per mano il figlioletto Ascanio. Si tratta di una statua “a torre”, con un evidente slancio verticale: nella parte più alta Anchise porta in mano il cosiddetto“keramos troikos”, con le ossa degli avi e con sopra le statuette dei Penati troiani (il simbolo della Patria abbandonata); al centro si trova Enea – il futuro fondatore di una nuova civiltà – che sorregge il padre; più in basso, al piccolo Julo Ascanio, chiamato a
questafondare la gens julia e a regnare nel Lazio, è posto in mano il più importante “pignus imperii”, il fuoco eterno di Vesta con il quale accenderà la nuova vita di Roma. A parte il pregio artistico, è affascinante la portata simbolica di questo gruppo marmoreo. È un’immagine compiuta e potente del grande “pater familias”, una figura simbolica della funzione dell’autorità genitoriale: la catena delle generazioni attraverso cui di padre in figlio si tramanda sempre un “regno”, un’eredità di geni e di beni, capace di generare dal passato il futuro. Nell’opera di Bernini, la catena delle generazioni mi sembra rappresentata da due elementi: a) la differenziazione generazionale, resa mirabilmente dalla caratterizzazione delle epidermidi: la pelle morbida e rosata del bambino, quella tesa che riveste i muscoli dell’uomo adulto, e quella avvizzita e rugosa del vegliardo; b) la diversità degli atti educativi: Anchise è il depositario della tradizione; Enea è il medium che sostiene la tradizione e accompagna il futuro; Ascanio è l’erede che si affida al presente e al passato, ma stringendo già un impegno di futuro tra le mani.
Gli psicoanalisti, e non solo loro, sarebbero concordi nel sentenziare che questo modello “a torre” dell’autorità genitoriale sia ormai eclissato, irrimediabilmente tramontato.

domenica 30 marzo 2014

San Giuseppe educatore

Pubblichiamo il testo dell'udienza generale del 19 marzo tenuta da Papa Francesco in occasione della ricorrenza di San Giuseppe


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi, 19 marzo, celebriamo la festa solenne di san Giuseppe, Sposo di Maria e Patrono della Chiesa universale. Dedichiamo dunque questa catechesi a lui, che merita tutta la nostra riconoscenza e la nostra devozione per come ha saputo custodire la Vergine Santa e il Figlio Gesù. L’essere custode è la caratteristica di Giuseppe: è la sua grande missione, essere custode.
Oggi vorrei riprendere il tema della custodia secondo una prospettiva particolare: la prospettivaeducativa. Guardiamo a Giuseppe come il modello dell’educatore, che custodisce e accompagna Gesù nel suo cammino di crescita «in sapienza, età e grazia», come dice il Vangelo. Lui non era il padre di Gesù: il padre di Gesù era Dio, ma lui faceva da papà a Gesù, faceva da padre a Gesù per farlo crescere. E come lo ha fatto crescere? In sapienza, età e grazia.
Partiamo dall’età, che è la dimensione più naturale, la crescita fisica e psicologica. Giuseppe, insieme con Maria, si è preso cura di Gesù anzitutto da questo punto di vista, cioè lo ha “allevato”, preoccupandosi che non gli mancasse il necessario per un sano sviluppo. Non dimentichiamo che la custodia premurosa della vita del Bambino ha comportato anche la fuga in Egitto, la dura esperienza di vivere come rifugiati – Giuseppe è stato un rifugiato, con Maria e Gesù – per scampare alla minaccia di Erode. Poi, una volta tornati in patria e stabilitisi a Nazareth, c’è tutto il lungo periodo della vita di Gesù nella sua famiglia. In quegli anni Giuseppe insegnò a Gesù anche il suo lavoro, e Gesù ha imparato a fare il falegname con suo padre Giuseppe. Così Giuseppe ha allevato Gesù.

mercoledì 19 marzo 2014

Viva i papà!

[...] Viva i papà! Viva i papà che fanno tardi, che sono in giro per lavoro; viva i papà che non mollano mai, e valgono più dell’oro. Viva i papà che insegnano ai figli ad andare in bicicletta; viva i papà che per i figli vorrebbero una vita perfetta. Viva i papà per come sono, per tutte le volte che hanno accettato le nostre scuse insegnandoci a crescere, insegnandoci il perdono. E viva in papà volati in cielo troppo presto, ma che guardano sempre giù. Viva i papà che restano nel cuore e non se ne vanno più.

 [giulianoguzzo.wordpress.com]

venerdì 14 febbraio 2014

Il decalogo del papà (di Bruno Ferrero)


Bruno Ferrero (scaerdote salesiano e scrittore) nel marzo del 2005 ha regalato a tutti i papà questo bellissimo decalogo:

1°. Il primo dovere di un padre verso i suoi figli è amare la madre. La famiglia è un sistema che si regge sull'amore. Non quello presupposto, ma quello reale, effettivo. Senza amore è impossibile sostenere a lungo le sollecitazioni della vita familiare. Non si può fare i genitori "per dovere". E l'educazione è sempre un "gioco di squadra". Nella coppia, come con i figli che crescono, un accordo profondo, un'intima unione danno piacere e promuovono la crescita, perché rappresentano una base sicura. Un papà può proteggere la mamma dandole in "cambio", il tempo di riprendersi, di riposare e ritrovare un po' di spazio per sé.

2°. Il padre deve soprattutto esserci. Una presenza che significa "voi siete il primo interesse della mia vita". Affermano le statistiche che, in media, un papà trascorre meno di cinque minuti al giorno in modo autenticamente educativo con i propri figli. Esistono ricerche che hanno riscontrato un nesso tra l'assenza del padre e lo scarso profitto scolastico, il basso quoziente di intelligenza, la delinquenza e l'aggressività. Non è questione di tempo, ma di effettiva comunicazione. Esserci, per un papà vuol dire parlare con i figli, discorrere del lavoro e dei problemi, farli partecipare il più possibile alla sua vita. E' anche imparare a notare tutti quei piccoli e grandi segnali che i ragazzi inviano continuamente.

3°. Un padre è un modello, che lo voglia o no. Oggi la figura del padre ha un enorme importanza come appoggio e guida del figlio. In primo luogo come esempio di comportamenti, come stimolo a scegliere determinate condotte in accordo con i principi di correttezza e civiltà. In breve, come modello di onestà, di lealtà e di benevolenza. Anche se non lo dimostrano, anche se persino lo negano, i ragazzi badano molto di più a ciò che il padre fa', alle ragioni per cui lo fa. La dimostrazione di ciò che chiamiamo "coscienza" ha un notevole peso quando venga fornita dalla figura paterna.

venerdì 25 ottobre 2013

Perle di saggezza...felicità e divertimento




Sarà che mi sto facendo crescere la barba, ma sento che alla tenera età di 36 anni sto diventando maturo! Se mi guardo indietro mi viene da ridere: avventure infinite con gli amici, ma che dico amici, fratelli con cui ho condiviso tutto: nottate svegli a guidare per andare all’oktoberfest su un pullmino carico di porchetta e birra, giornate intere a pedalare mezzi brilli in giro per la Corsica, 40 ore senza mangiare (per risparmiare) per farci un giorno in più di interrail, in giro per Roma in 2 sul SI a festeggiare lo scudetto, nottate intere a dormire all’aperto divorati dalle zanzare, falò sulla spiaggia in 50 con bagno e fagiolata di mezzanotte, 7 sere su 7 in giro per locali al centro di Roma, 2 giorni di pullman (Roma Tiburtina - Atene!) per farci la nostra vacanza in Grecia tutti insieme dal più ricco al più scannato, TUTTI, nessuno escluso!...potrei passare ore a ridere e a pensare a quanto mi sono divertito! Eppure non c’era sera in cui, mettendomi a letto, non pensavo a quanto avrei voluto condividere la mia gioia con una persona... Finalmente a 28 anni l’ho trovata! Lo sentivo, ma non ne ero del tutto consapevole: la mia vita stava cambiando totalmente! I primi 2 anni con Marta ci siamo divertiti da morire: tutto quello che avevo fatto con gli amici lo potevo fare finalmente anche con la donna di cui mi ero innamorato! Avevo tutto! Non potevo desiderare altro! E così viaggi, serate con gli amici, cene a coppie, serate romantiche, serate a sorpresa...si, ancora mi divertivo, ma iniziavo a conoscere la Felicità!

giovedì 26 settembre 2013

Momenti di (non) trascurabile felicità



Una volta Don Fabio disse che bisognerebbe imparare a vivere da straniero. Come i turisti che, uscendo dalla metro al Colosseo, rimangono stupiti di fronte al nostro caro vecchio anfiteatro Flavio mentre io supero un po' infastidito tutta questa gente imbambolata con il naso all'insù perché devo stare entro 5 minuti dall'altra parte di Roma. Avere la capacità di stupirsi delle cose di tutti i giorni, di quelle cose che inevitabilmente quando entrano nel quotidiano tendiamo a dare per scontate, diventano routine.
Da lunedì accompagno Samuele all'asilo e cerco di godermi questa novità fino in fondo. La sveglia, la colazione insieme, il risveglio degli altri due Doni della mia vita, i riti di vestizione, le prime chiacchierate insieme contando i negozi chiusi e quelli aperti tra le vie del Prenestino che inizia a carburare, le volate in passeggino tra i banchi del mercato di Villa Gordiani. La giornata cambia volto, perdo un sacco di tempo e incontro molto più traffico, ma ne vale assolutamente la pena.
Alla fine, sarà una banalità, è questo il bello di avere dei figli. Come diceva Neri Marcoré imitando Capezzone, "la giornata te s'apre come 'na cozza", ti si riempie di tanti piccoli cambiamenti da scoprire giorno per giorno, sempre diversi. Oggi è l'asilo, ieri era imparare a camminare, domani sarà la scuola. E tu sei lì ad osservarli e viverli assieme a loro in questo ruolo privilegiato, stancante e impegnativo quanto di pare (come tutte le cose belle), ma oggettivamente bellissimo.

ps: la foto è tratta dal film "Kramer contro Kramer"... ho sempre trovato bellissima la scena del tost alla francese e, in generale, il rapporto tra Ted e Billy.  

mercoledì 28 agosto 2013

Quando spunta l'anima di un bambino



(di Giacomo Poretti)

Appena nacque nostro figlio, venne a trovarci in ospedale un carissimo amico, mio e di mia moglie, un vecchio sacerdote che qualche anno prima ci aveva sposati: padre Bruno. Non seppe resistere alla tentazione, e come tutti gli anziani che si trovano davanti a un neonato, cominciò a sorridergli e a scherzare con la voce, prima in falsetto, poi con un timbro baritonale, infine, imitando una papera, cercò di attirare l’attenzione di quell’esserino che aveva solo qualche ora di vita. Tentò anche di improvvisare il balletto dell’orso Baloo, ma dopo un accenno di tip-tap deve essersi detto che per un anziano sacerdote di 82 anni, che solitamente impiegava la sua voce per tenere le omelie, per condurre cineforum, moderare conferenze e dirigere un centro culturale (quella era la sua molteplice attività), forse il tip-tap in una stanza di ospedale era un poco eccessivo. Ci guardò, guardò nostro figlio, poi disse: «Bene, avete fatto un corpo, ora dovrete farne un’anima!». Salutandoci sorrise e uscì dalla stanza. Guardandolo andare via mi sembrava che ballasse il tip-tap e che nemmeno Gene Kelly avesse la sua leggerezza.

Che cosa voleva dire «farne un’anima»? Io e mia moglie ci scambiammo uno sguardo interrogativo. I nove meravigliosi mesi di laboriosa gravidanza, e tutte quelle ore faticose del parto, l’avevano sfinita: umanamente non le si poteva chiedere nessuno sforzo in più in quel momento, anche perché quei 3 kg e 750 gr di esserino ai nostri occhi erano bellissimi e, benché le dimensioni prefigurassero un avvenire da brevilineo, eravamo convinti che non mancassero di nulla. Mi turbava l’idea dell’anima, mi ripromisi di dare un’occhiata su Wikipedia per saperne di più; in quel momento entrò il medico per accertarsi delle condizioni di mamma e figlio, e mentre annotava qualche dato sulla cartella clinica gli chiesi dopo quanti giorni si sarebbe manifestata l’anima, se prima o dopo i denti da latte, e se ce ne saremmo accorti da qualche prodromo tipo febbre o colichette. Lui prima mi fece sedere, mi auscultò il polso, mi obbligò a inghiottire una pastiglia e infine disse: «Deve essere stata un’esperienza un po’ scioccante per lei assistere al parto, chissà da quante ore non riposa, e poi tenere fra le braccia il proprio figlio! Lo mandiamo a casa a dormire, questo papà?».

lunedì 12 agosto 2013

Semplicissima felicità

(di Alessandro D'Avenia)

Nell’atrio della mia scuola alla fine dell’anno è apparso un albero, con il tronco e i rami di compensato e le foglie di carta multicolore. In cima all’albero è scritto: «Felicità è…». In ogni foglia è contenuta la risposta di un bambino della scuola materna.

Mi sono fermato a leggere una per una quelle foglie, quasi fosse il responso nell’antro della Sibilla cumana. E ho scoperto che la felicità per i bambini non solo è semplicissima, ma è soltanto relazionale. Tutte le foglie sono dedicate ad altri: familiari e amici. Nessuno di quei bimbi è felice da solo. Le foglie sono, per la maggior parte, dedicate ai genitori, ai padri in particolare: felicità è «quando papà mi gonfia un palloncino e giochiamo insieme», «quando papà mi fa il solletico». Felicità è: padri che giocano con i figli.

Mi sono reso conto che la mia felicità non era all’altezza di quella di quei bambini. La mia felicità è molto più complicata, assomiglia a un contenitore pieno di oggetti nuovi, di luoghi da vedere e di eventi futuri. È tutta coniugata al futuro e all’assente. Invece la felicità dei bambini non ha tempo e non ha spazio, anzi, meglio, ha il presente come unico tempo e la presenza come unico spazio. È relazionale, non individuale. Quanto tempo la cultura in cui sono immersi questi bambini ci metterà a cambiare il loro modo così chiaro e univoco di essere felici? C’è un antidoto per proteggere quella felicità così raggiungibile, così a portata di mano, rispetto alla felicità dettata dal consumismo?

giovedì 18 luglio 2013

Che straordinario spavento la vita!




Amatissimo figlio,

    la prima volta che ti abbiamo visto io e la mamma, è stato sullo schermo di un’ecografia. Io stavo di fianco al lettino dove lei era sdraiata e le accarezzavo un piede, poi sei comparso tu: un fagiolino di sette millimetri che correva all’impazzata! Il medico, a cui dobbiamo parecchio se tu sei qua, ha detto che eri quasi tutto cuore e che andavi a 160 battiti al minuto.
    Ti ho immaginato già ragazzo che correvi a perdifiato, e che ti sdraiavi nell’erba a riposare e a guardare le stelle. Quante volte l’ho fatto, io, e tutte le volte ho provato la stessa pienezza e lo stesso stupore. Pienezza, perché la vita l’ho sentita soprattutto con il corpo, con le corse; da ragazzo non facevo altro che correre, e correre veloce. Correre è stata una delle gioie più intense che la vita mi ha donato: ho corso giocando a calcio, ho corso per giocare a nascondino, a bandiera, a tennis; correvo per non arrivare tardi in fabbrica, correvo gli 80 metri piani, e correvo spesso anche da solo: quando il nonno Albino, che tu non hai mai conosciuto, mi mandava di sera a comprare le sigarette, o quando tornavo da scuola. Insomma, quante corse meravigliose! Non mi piaceva correre piano, dovevo sempre correre veloce. E come filavo. Una volta ho provato la sensazione quasi di staccarmi dal terreno.
    Anche andare per i boschi mi faceva provare una sensazione di pienezza, o passeggiare in montagna con la mamma, o guardare la superficie del mare, i pomeriggi d’estate, le prime gemme degli alberi a primavera. La vita l’ho sentita molto intensamente nel mio corpo, a volte fin troppo intensamente, quasi da provare dolore.
    E poi lo stupore. Lo stupore di fronte allo sconvolgente mistero della vita, l’inquietudine della coscienza, il pensiero che si fa spavento quando si chiede di cosa sia fatto.
    Quante corse e quanti spaventi, carissimo figlio. Forse ho sempre dovuto correre veloce per scappare dagli spaventi.
    Poi un giorno, finalmente, nella mia vita è apparsa tua madre. Fin dal primo istante che l’ho vista ho avuto la sensazione di essere di fronte a qualche cosa di definitivo e di immenso: come un corridore che arriva a un punto di ristoro e, bevuta quell’acqua, decide di non ripartire, della gara non gli importa più nulla, il suo affannarsi è terminato.
    Sei arrivato in un anno straordinario. Intanto hai aspettato che mamma e papà compissero 90 anni in due per farti vivo, e poi hai scelto un anno eccezionale, perché l’Italia è diventata campione del mondo e l’Inter ha vinto lo scudetto (assegnato d’ufficio). È stato anche l’anno che Rossella è ritornata in cielo. Era una carissima amica, e poco prima che se ne andasse, la mamma le ha confidato il segreto, che tu stavi correndo all’impazzata dentro la sua pancia da pochissimi mesi.
    Quell’anno se ne è andato anche Ezio. Sono sicuro che sarebbe diventato un mio amico. E anche lo zio Giannino se ne è andato.
    Ma le persone non se ne vanno mai completamente: quando l’ostetrica, dopo pochi minuti che eri al mondo, ti ha mostrato a me, eri tutto lo zio Giannino; e quando mi guardi serio, sento la presenza di Ezio; e quando ridi, nell’aria si sparge l’allegria di Rossella; e quando ti schiarisci la voce, il nonno Albino è di nuovo qui con noi e con te.

    Il giorno che sei nato, l’ostetrica è uscita dalla sala parto con te avvolto in un panno azzurro. Io non sapevo cosa fare e ti guardavo come si guarda una cosa inaspettata, poi lei ha iniziato a darmi degli ordini: «Mi segua» ha detto, e ti ha portato in una saletta per lavarti. «Faccia il filmino…», ma quale filmino, pensavo. «Presto, faccia il filmino, non siamo mica in un film che posso ripetere il bagnetto…» Io me ne stavo lì e la guardavo angosciato. «Ma non ha la macchina fotografica?» Mi vergognavo a dire che l’avevo lasciata in camera e che non pensavo che si potessero fare dei filmini in quelle circostanze particolari: «L’ho lasciata sul comodino…». «Corra subito a prenderla, non può non avere il filmino di quando è nato il suo bimbo. Cristo, che imbranato… Corra!»
    Figlio mio, tu non hai un filmino di quando sei nato, hai due foto sfuocate, perché dall’emozione e dalla paura di farti prendere una bronchite non riuscivo a commutare la macchina fotografica sulla funzione «movie».

    Poi è successo che tutte le volte che mi guardi, io mi sento interpellato dai tuoi occhi. Tu mi guardi con totale disponibilità, con innocente e vorace curiosità, ma soprattutto mi sembra che il tuo sguardo, che si posa per la prima volta sulla vita, chieda di essere rassicurato: è come se tu mi chiedessi se la vita sia una cosa buona, se nasconde qualche tranello, se c’è da fidarsi di lei.
    Per adesso me la cavo con una carezza, un abbraccio, un sorriso. Ma quando potrai parlare, quando farai domande, quando mi chiederai che senso ha tutto ciò, non vorrei farmi trovare impreparato.
    Vorrei poterti tranquillizzare, perché conosco l’insidia di quelle domande, la paura e l’angoscia che possono portare.
    E allora mi preparo, mi alleno: passo in rassegna ciò che mi è capitato, nella speranza di poterti dire che sei finito dentro a un gioco meraviglioso, complicato sì, misterioso anche, ma sensato e niente affatto malevolo.
    Questo è ciò che spero, o meglio, ciò che vorrei che fosse.
    Se sia veramente così, lo scoprirà il tuo cuore.
    Che straordinario spavento la vita!

                                                                                                                              Papà


Tratto da "Alto come un vaso di geranei" - di Giacomo Poretti

giovedì 27 giugno 2013

La santità a portata di mano

Vorrei condividere con voi la bellezza respirata giovedì 13 giugno al Santuario del Divino Amore, dove si è celebrata una messa nel giorno del primo anniversario della morte di Chiara Corbella.  Il funerale di un anno fa mi toccò nell'intimo, perché sentire presente l'amore di Dio nel profondo del proprio essere ed attorno a te, in un momento così doloroso, è qualcosa che va oltre le logiche umane. Sentire che le proprie lacrime non sono provocate dalla tristezza ma dal desiderio grande di seguire il Signore, è una consolazione enorme. Quando la morte è un salto verso la vita eterna e verso un Padre buono, allora già  sembra anche a te di mettere un piede in Paradiso!
E anche la celebrazione di quest'anno è venuta a confermare quanto vissuto allora.
Sì, la santità è a portata di mano!
Alla fine della messa, Enrico (marito di Chiara), Fra' Vito (il frate che li ha seguiti sin dal fidanzamento) e altri amici e parenti di Chiara ci hanno regalato le loro esperienze.
Una cosa che mi ha colpito in modo particolare è il fatto che Chiara riteneva che il periodo più brutto della sua vita non fosse stata quello della sua malattia e neanche quello della morte dei suoi figli, ma il periodo in cui - prima del matrimonio - non capiva quale fosse la volontà di Dio nella sua vita. La crisi con Enrico, i litigi, il non sapere se tagliare completamente con lui o se invece chiamarlo. Questo l'aveva fatta soffrire più dei dolori successivi, ai nostri occhi ben più grandi. Con la conferma avuta nel matrimonio che la sua vita era con Enrico, Chiara aveva risolto il problema maggiore. Se sei nella volontà di Dio, tutto è possibile, tutto si può fare, i passi che il Signore ti chiede di fare sono su un terreno solido e non scivoloso, sono passi fatti nella certezza che ti porteranno a Lui. Così la santità per Chiara non è stata un metà raggiunta grazie a doti eccezionali che precluderebbero questa possibilità a tutti noi. No, la santità è qualcosa che Chiara ha raggiunto attraverso quelli che lei chiamava "piccoli passi possibili" (lo aveva imparato dai frati francescani).